E’ iniziato, presso il Tribunale di Roma, il processo agli imputati coinvolti nell’inchiesta della Dda, poi sfociata nell’operazione “Jolly”. Il riferimento è alla maxi-operazione del gennaio 2018 che aveva portato alla scoperta di un giro riciclaggio di denaro a livello internazionale per 18 milioni di euro. Nel riciclaggio era coinvolta la comunità cinese di Milano, con affari illeciti dislocati tra le città Londra, Roma, Milano, Bari, Vicenza, Pordenone, Campobasso e Viterbo, e la provincia laziale. A chiusura delle indagini preliminari il Gip ha disposto l’archiviazione per uno degli indagati, l’imprenditore romano Alessio Del Vecchio. Il Giudice per le indagini preliminari, infatti, ha disposto che per Del Vecchio – accusato inizialmente di riciclaggio di 5 milioni di euro provenienti dal traffico di droga – e per un altro indagato, bisogna escludere la “sussistenza di condotte sufficienti ad apportare un contributo” al sodalizio illecito. Archiviazione anche per altri tre indagati coinvolti nell’operazione “Jolly”. L’archiviazione degli atti del procedimento giudiziario a carico di questi cinque imputati è dovuta anche lavoro meticoloso dei difensori degli indagati, che sono riusciti a dimostrare l’infondatezza delle accuse, portando alla non imputazione dei loro assistiti. 

L’operazione “Jolly” risale al gennaio 2018 ed è stata condotta dai Carabinieri del nucleo investigativo del Comando Provinciale di Roma. L’inchiesta aveva portato, complessivamente, all’arresto di 20 persone, con le accuse di riciclaggio aggravato dalla transnazionalità, impiego di denaro di provenienza illecita, emissione e utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti e autoriciclaggio. Ad altre cinque persone, inoltre, era stata notificata la misura “dell’obbligo di dimora con contestuale interdizione dall’esercizio di attività professionali o imprenditoriali”.

Una volta conclusa la fase delle indagini preliminari, ha preso il via il processo, con la prima udienza nei confronti degli imputati ancora coinvolti. In una prima fase, nel marzo 2019, per tre imputati è stato disposto il rinvio a giudizio, prima della fissazione di una nuova udienza a inizio 2020. Nel corso della recente udienza, che si è svolta a inizio 2020, si è analizzata un’eccezione sollevata dalla difesa di uno degli imputati, per presunto difetto di notifica del decreto che aveva disposto il rinvio a giudizio di quest’ultimo. L’eccezione è stata respinta e il dibattimento si è svolto regolarmente per altri cinque imputati. Si è deciso, quindi, il rinvio ad una nuova udienza, che si svolgerà nell’ottobre prossimo, perché i difensori di alcuni degli imputati hanno sollevato altre eccezioni, e perché per uno di loro si attende la decisione delle Sezioni Unite della Cassazione, per una precedente inchiesta legata all’accusa di peculato. Processo rinviato, dunque, all’ottobre 2020. 

Le indagini che hanno portato agli arresti del gennaio 2018, avevano rivelato un sistema di riciclaggio molto complesso e ben collaudato. I gruppi criminali, infatti, raccoglievano i proventi di una serie di attività illecite portate avanti dalla comunità cinese, e successivamente effettuavano operazioni, bonifici bancari e trasferimenti di denaro, giustificandoli con una serie di fatture false. Le fatture erano intestate a delle società sempre riconducibili alle organizzazioni criminali, e queste ultime, a loro volta, trasferivano il denaro ad un’altra società che aveva sede legale a Londra. La società londinese era controllata e intestata ad alcuni prestanome cinesi, e in questo modo il denaro, che proveniva in gran parte dall’area milanese, dopo essere stato “ripulito”, poteva era a disposizione di soggetti terzi, residenti all’estero. Proprio il nome dell’operazione, “Jolly”, si ispirava, dunque, all’organizzazione, fondata su due centrali di riciclaggio a disposizione di chiunque avesse necessità di ripulire denaro di illecita provenienza. Si trattava di veri e propri jolly, dunque. Con il sistema messo in piedi le società riuscivano ad abbattere gli utili su cui pagare le tasse, mentre – secondo le indagini – i vertici dei due sodalizi criminali trattenevano il 4% del denaro riciclato. 

Il via delle indagini su questo complesso giro di riciclaggio di denaro, è stato dato da un’altra attività degli investigatori, che stavano approfondendo la posizione di un commercialista napoletano, residente a Roma. A carico del commercialista c’erano le ipotesi di reato di riciclaggio e fittizia intestazione di beni, aggravati dall’utilizzo del metodo mafioso. Si trattava, infatti, di un personaggio già noto alle forze dell’ordine perché legato a esponenti di organizzazioni criminali di tipo camorristico, per le quali favoriva proprio le attività di riciclaggio di denaro sporco e indirizzava il rimpiego di capitali illeciti. L’uomo, come si diceva, era ben noto agli investigatori, ed era già stato arrestato nel novembre 2015 per il reato di trasferimento fraudolento di beni e valori, aggravati dall’utilizzo del metodo mafioso. Tra gli indagati anche l’imprenditore romano Stefano Taccini, già conosciuto negli ambienti della malavita organizzata, con forti legami con un ex membro della Banda della Magliana, Enrico Nicoletti. Sempre il primo gruppo faceva riferimento anche a Fabio Splendori.